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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 16 - 20 nov 2013
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Rosanna Dassisti

Socio-economico

Precari e appassionati

Per chi fa del proprio cervello lo strumento di lavoro, i cosiddetti 'lavoratori cognitivi’, la passione vince sul precariato. È quanto emerge da un’indagine condotta dall'Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) di tre regioni (Emilia-Romagna, Veneto e Toscana).

Come si vive e come si lavora nelle attività della conoscenza? Chi sono, che contratti hanno (o quali imprese aprono) e a cosa aspirano i 'lavoratori cognitivi’: ricercatori a contratto, addetti stampa a partita Iva o giornalisti free lance, ingegneri, disegnatori, creativi, informatici, docenti precari, che lavorano in proprio o come dipendenti? Per dare una risposta, gli Ires Emilia-Romagna, Toscana e Veneto hanno lanciato la ricerca 'Elaborazione. Esplorazione tra i lavori cognitivi in Italia’, condotta attraverso un questionario online raggiungibile dal sito www.elaborazione.org dove è possibile rispondere fino a fine anno.

Dai primi risultati della ricerca, l'aspetto che emerge è che "per i lavoratori cognitivi la passione e l'autonomia hanno la precedenza rispetto alla sicurezza e alla stabilità contrattuale”, spiega Daniele Dieci, ricercatore dell'Ires Emilia. “Ciò che è considerato primario è la formazione continua. La sicurezza del contratto è sì importante, ma è in secondo piano. I lavoratori cognitivi hanno una maggiore determinazione nel perseguire l'obiettivo di far combaciare la loro passione col proprio lavoro e questo mette in subordine tutto il resto, dalla remunerazione alla sicurezza lavorativa fino alla famiglia".

Dal campione di 1.000 questionari finora raccolti, emerge un 11% di imprenditori. In generale, il 40% di chi ha risposto ha un lavoro a tempo indeterminato. Il restante 60% è comopsto da contratti a termine e partite Iva. Dalle risposte ottenute finora, l'88% dichiara un titolo di studio pari o inferiore alla laurea. Il 70% dichiara di essere occupato in varie forme di lavoro, il 38% afferma di aver vissuto esperienze di lavoro irregolare e il 30% ha passato periodi senza percepire redditi o compensi.