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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 14 - 16 ott 2013
ISSN 2037-4801

Vita CNR   a cura di Francesca Gorini

Ambiente

Ai Poli per capire come cambia la neve

Lo studio dell’evoluzione del manto nevoso è un fondamentale indicatore per la previsione delle valanghe: numerosi modelli previsionali sono stati sviluppati e testati per le regioni alpine, ma non per l’ambiente estremo artico. Lo hanno fatto per la prima volta ricercatori dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali (Idpa) del Cnr, che hanno preso parte alla campagna in Artico 2013, conclusasi recentemente.

Lo studio ha comportato lo scavo di oltre 50 trincee di neve in svariati ghiacciai della regione dello Spitzbergen, l’isola più estesa dell’arcipelago delle Svalbard, studiate in termini di stratigrafia, temperatura e densità, con l’obiettivo di capire l’evoluzione del manto nevoso e la sua relazione con le condizioni meteorologiche.

“I dati sono stati condivisi con il gruppo di glaciologia del Norwegian Polar Institute: oltre a studi descrittivi del manto nevoso, alla sommità di ogni ghiacciaio è stato campionato, con una risoluzione di 5 cm, lo strato di neve dell’ultimo anno per meglio capire la composizione chimica e i flussi deposizionali di molti elementi”, spiegano i ricercatori Idpa-Cnr Andrea Spolaor e Jacopo Gabrieli. “Questo campionamento, unitamente a quelli fatti nei due anni precedenti, potrà fornire informazioni utili riguardo a possibili cambiamenti dei fenomeni di trasporto e di deposizione, aiutando a capire i reali rischi di distacco”.

Parallelamente a quello del manto nevoso, è stato avviato un campionamento dell’aerosol, con l’obiettivo di individuare la correlazione tra gli elementi misurati nella neve e la loro presenza in atmosfera: “Questo studio sarà particolarmente importante per valutare quale tipo di deposizione, bagnata o secca, influisca maggiormente nella composizione della neve”, aggiungono i ricercatori. “Dati relativi alla quantità e alla classe dimensionali degli elementi sono infatti fondamentali per capire se l’abbondanza di alcuni elementi sia dovuta a sorgenti locali o a fenomeni di trasporto da altre regioni del globo”.  

La campagna ha fornito anche l’occasione per allestire un nuovo sito di carotaggio in una zona inesplorata, localizzata nella sommità dello Staxrudafoona, a nord dello Spitzbergen. È stato campionato lo strato nevoso dell’ultimo inverno, con risoluzione 5 cm, e sono stati recuperati campioni di neve superficiale oltre a una 'carota’ di circa 12 metri.

Gli studi condotti nel corso della campagna artica si aggiungono agli importanti risultati ottenuti, sempre nel 2013, nell’ambito delle attività di ricerca in Antartide. L’ultima spedizione, in particolare, ha permesso di comprendere come l’innalzamento dei livelli di anidride carbonica sia tra i fattori che hanno portato alla fine dell’ultima era glaciale. Lo studio è stato pubblicato su 'Science’.

“Abbiamo analizzato cinque carote di ghiaccio prelevate in Antartide, le cui parti più antiche risalgono a 800.000 anni fa”, precisa Carlo Barbante, direttore dell'Idpa-Cnr. “A differenza di quanto ritenuto finora, abbiamo scoperto che circa 20.000 anni fa, al termine dell'ultima era glaciale, la temperatura antartica e la Co2 sono aumentate contemporaneamente. La sincronia provata con il nostro studio indica che l'anidride carbonica non solo ha giocato un ruolo essenziale nel riscaldamento del nostro pianeta, ma potrebbe essere stato un fattore scatenante”.

Fonte: Carlo Barbante, Istituto per la dinamica dei processi ambientali, Venezia, tel. 041/2348942 , email carlo.barbante@idpa.cnr.it -