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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 15 mag 2013
ISSN 2037-4801

Focus - Anniversari  

Ambiente

Il Vajont,  tragedia annunciata

Rimane una delle più grandi catastrofi che l'Italia abbia sofferto in tempo di pace e sicuramente una delle frane più devastanti mai accadute al mondo. "Il disastro del Vajont, cinquant'anni dopo è ancora di estrema attualità", spiega Alessandro Pasuto dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), tra gli organizzatori di un convegno internazionale che si terrà a Padova, dall'8 al 10 ottobre prossimi, nell'anniversario della frana, verificatasi il 9 ottobre del 1963, per parlare degli sviluppi della ricerca nel settore geologico da allora a oggi.

"Negli anni del dopoguerra il nostro Paese, in piena ripresa, aveva necessità di approvvigionarsi di energia a basso costo" ricorda Pasuto. "Il progetto del 'Grande Vajont' apparteneva a un complesso sistema di sfruttamento idroelettrico 'Piave-Boite Maè' per fornire energia alla nascente zona industriale di Marghera".

Sebbene i primi studi geologici per la grande diga risalgano agli anni '20, il progetto finale si delineò solo durante la Seconda Guerra Mondiale. "Con i suoi 261,60 metri doveva essere la diga a doppio arco più alta del mondo", continua il ricercatore. "Dal punto di vista strettamente geologico e strutturale la sezione scelta rappresentava una soluzione ottimale. Non altrettanto era purtroppo la stabilità dei pendii circostanti il bacino di invaso: la Valle del torrente Vajont era infatti sempre stata predisposta al franamento".

La costruzione della diga iniziò nel gennaio del 1957 e terminò a settembre del 1959. A lavori ultimati si cominciò a riempire l'invaso. "Fu da subito chiaro che il versante sinistro della valle presentava condizioni di instabilità preoccupanti", sottolinea lo studioso. "Il bacino doveva contenere circa 160 milioni di m3 di acqua - molto più della somma di tutti gli altri bacini presenti a monte e collegati tra loro - e garantire il funzionamento della centrale idroelettrica di Soverzene, che forniva energia alla pianura veneta e alla nascente zona industriale di Venezia, soprattutto in condizioni di siccità estiva".

Nel novembre del 1960 il primo fenomeno di cedimento. "Una frana di circa 800.000 m3 collassò all'interno del bacino artificiale, allora in fase di primo riempimento. A seguito di questo evento si venne a individuare chiaramente una fessura perimetrale lunga circa 2.5 km e larga circa un metro che delimitava perfettamente quella che poi sarebbe stata la frana catastrofica", aggiunge Pasuto. Da quel momento si susseguirono studi, monitoraggi e opere per evitare ulteriori cedimenti.

"Alle ore 22.39 del 9 ottobre del 1963, 270 milioni di m3 di roccia precipitarono nel bacino quasi completamente riempito, 50 milioni di m3 di acqua superarono la diga incanalandosi nella stretta forra del Vajont, causando la morte di circa 2.000 persone e la completa distruzione di 7 centri abitati".

Pur essendo aumentate, da quegli anni, la consapevolezza e la sensibilità della popolazione e della comunità scientifica, il territorio italiano rimane tuttora estremamente vulnerabile. "L'Irpi-Cnr da diversi decenni studia le frane e gli eventi alluvionali per cercare di capirne la dinamica e di mitigarne gli effetti", conclude. "Sviluppiamo metodologie e tecnologie innovative per la sorveglianza del territorio, applichiamo modelli previsionali per la definizione delle aree a maggiore pericolosità. Il nostro Istituto è anche centro di competenza per il dipartimento nazionale della Protezione civile. Solo la conoscenza può rendere l'uomo e il suo territorio meno vulnerabili e il Vajont è ancora lì a ricordarcelo".

Sandra Fiore

Fonte: Alessandro Pasuto , Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, Padova, tel. 049/8295800, email alessandro.pasuto@irpi.cnr.it