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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 19 - 23 nov 2011
ISSN 2037-4801

L'altra ricerca   a cura di Rosanna Dassisti

Socio-economico

Studenti italiani, altro che 'bamboccioni'!

In Italia circa quattro studenti universitari su dieci lavorano non solo per necessità, ma anche per il desiderio di emancipazione e autorealizzazione. E studiare è un'attività che occupa oltre 40 ore a settimana, molte delle quali sottratte al tempo libero. Sono alcuni dei dati - in linea con la media europea - che emergono dall'indagine comparata 'Eurostudent IV-Social and economic conditions of student life in Europe', presentata a Milano dalla Fondazione Rui, insieme con alcuni dati di Eurostudent sulle condizioni di vita e di studio degli universitari italiani negli ultimi tre anni.

Nel nostro Paese il 24% dei giovani, terminata la scuola, decide di posticipare l'iscrizione all'università per cominciare subito a lavorare. Una percentuale che, se si considera il totale degli studenti lavoratori, si alza fino al 39%, un dato in linea con la media continentale del 40%.
In Europa, l'interruzione degli studi fra il conseguimento del diploma e l'ingresso all'università è diffusa soprattutto nel Nord: in Danimarca è pari al 38%, in Irlanda al 34%, in Finlandia al 28% e in Norvegia al 24%. Nell'Europa meridionale, invece, coloro che riprendono gli studi dopo almeno due anni sono pari al 2% in Croazia, 3% in Francia e 4% in Spagna. I più alti tassi di iscrizione senza interruzione si registrano in Croazia, Lituania e Repubblica Ceca, con una percentuale del 90%. In tutti i paesi, sono i meno abbienti a iscriversi a distanza di oltre due anni, con le eccezioni di Austria, Germania e Danimarca, dove chi ha una condizione economica svantaggiata preferisce andare subito all'università.

All'estero, gli studenti nella fascia tra i 25 e i 29 anni che vivono fuori dalla famiglia di origine e che hanno già partner o figli (o entrambi) vanno dal 47% della Svezia al 30% della Slovenia. In Italia, secondo la ricerca lo stesso grado di autonomia si raggiunge solo dopo i 30 anni, con un 60% di studenti indipendenti dalla famiglia.

Studiare è un lavoro da 41 ore a settimana: in termini di bilancio di tempo la settimana di uno studente è identica a quella di un lavoratore che fa anche qualche straordinario.

Il lavoro studentesco è oggi meno diffuso rispetto agli anni '90, quando rappresentava la maggioranza assoluta della popolazione studentesca europea. Lavora il 41,7% degli studenti che provengono da una famiglia non privilegiata, ma anche quelli in condizioni economiche migliori scelgono questa opzione nel 29,8% dei casi. Un dato quest'ultimo che conferma che non si lavora soltanto per una motivazione economica. La diffusione del lavoro studentesco è, infatti, legata a fattori quali l'età, la condizione sociale, la tipologia di lavoro, le differenti condizioni del mercato del lavoro locale. In particolare, gli studenti che lavorano a 20 anni sono il 22%, mentre nella fascia di età 24-27 anni sono il 48% e dopo i 27 anni salgono fino all'83%. Il lavoro saltuario è la forma prevalente fino ai 24 anni: il 22% ha un lavoro saltuario e l'11% un lavoro continuativo. Invece, il lavoro continuativo è di gran lunga prevalente fra gli studenti oltre i 27 anni (68% dei casi). Infine, il lavoro è più diffuso tra gli studenti delle università del Centro-Nord.

Secondo l'indagine, gli studenti lavorano non solo per contribuire alle spese sostenute dalle loro famiglie per lo studio, ma anche spinti dal desiderio di autonomia e emancipazione. Ultima motivazione, non meno incisiva, è l''ansia da lavoro' che spinge gli studenti a entrare nel mercato del lavoro il più presto possibile sia per timore di tempi lunghi per un buon collocamento professionale, sia per il gradimento che le imprese mostrano e comunicano nei confronti di laureati che possano documentare esperienze lavorative nei loro curricula.

E la laurea continua ad essere considerata un 'ascensore' sociale."Nonostante la crisi abbia eroso i risparmi delle famiglie e quindi la capacità di finanziare gli studi dei figli, i ceti meno abbienti continuano a investire nella formazione universitaria, vedendo nella laurea un veicolo di mobilità sociale", sottolinea Giovanni Finocchietti, direttore di Eurostudent e curatore dell'indagine.