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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 4 mag 2011
ISSN 2037-4801

Focus - Chimica  

Salute

Difficile come bere un bicchier d'acqua

In Italia, a differenza di quanto avviene nel resto d'Europa, le acque destinate al consumo umano provengono prevalentemente (85% circa) da fonti sotterranee (pozzi e sorgenti), meno interessate da fenomeni di contaminazione cui, viceversa, vanno incontro le acque superficiali (fiumi, laghi  e invasi artificiali). Per avere sulla nostra tavola un prodotto garantito per qualità e costanza di controlli, sono però necessari diversi interventi sulla 'filiera' idrica.

L'acqua, per essere destinata al consumo umano - cioè per uso potabile e per la preparazione di cibo e bevande - deve essere sottoposta a un trattamento di protezione da rischi di contaminazione, garantendone salubrità e pulizia. Tale lavorazione viene realizzata a monte della linea di distribuzione, facendo passare le acque grezze attraverso svariate tipologie impiantistiche di natura chimica, chimico-fisica e biologica, con cui si ottiene la rimozione del materiale organico e inorganico di origine naturale o antropica.

"Il trattamento varia in funzione della tipologia del corpo idrico di partenza e delle caratteristiche delle acque", sottolinea Romano Pagnotta dell'Istituto di ricerca sulle acque (Irsa)del Cnr. "Di regola la prima fase è la grigliatura per l'eliminazione di solidi di grosse dimensioni, seguita dalla chiariflocculazione per l'eliminazione di solidi sospesi di piccole dimensioni, spesso sotto forma di colloidi. Questo processo è a sua volta estremamente composito: la coagulazione favorisce l'aggregazione dei solidi attraverso reattivi chimici, la flocculazione favorisce l'adesione degli aggregati con una blanda agitazione, la chiarificazione consente la precipitazione sul fondo dei solidi in apposite vasche, la filtrazione serve a trattenere su materiale granulare le particelle di minor dimensione, l'ossidazione rimuove metalli quali ferro e manganese, la disinfezione elimina microrganismi patogeni (E. Coli, salmonelle, enterococchi, Clostridium perfringens, etc) attraverso l'ipoclorito di sodio (clorazione), l'ozono (ozonizzazione) o i raggi ultravioletti".

Ai trattamenti descritti se ne possono aggiungere altri, in funzione di specifiche esigenze derivanti dalle caratteristiche delle acque di partenza, al fine di garantire lo standard qualitativo - parametri microbiologici e chimici - stabilito dalla direttiva comunitaria del 1998 e dal decreto legislativo del 2001. "Tra questi, di regola, si praticano comunque lo scambio ionico per la riduzione della durezza dell'acqua attraverso il passaggio su speciali resine (addolcimento), che consentono l'eliminazione di calcio e magnesio e la demineralizzazione o dissalazione", prosegue Pagnotta. "E l'assorbimento su carboni attivi per trattenere microinquinanti organici attraverso il passaggio grazie al materiale ad altissimo rapporto superficie/volume, migliorando anche le proprietà organolettiche".

Nonostante il livello di attenzione sia alto, possono però manifestarsi casi di contaminazione. "Alcune nazioni sono costrette a riutilizzare completamente l'acqua in uscita dall'impianto di depurazione, data la diminuita disponibilità di risorse idriche dovuta ai cambiamenti climatici e la maggiore richiesta conseguente al più elevato livello di igiene da parte della popolazione", continua il ricercatore dell'Irsa-Cnr.

Comune in molte zone del centro Italia è il problema dell'arsenico, spesso di origine naturale e quindi risolvibile solo con adeguati trattamenti prima dell'utilizzo idropotabile. Diffusi nelle acque anche i nitrati, trasformati da alcuni batteri presenti nell'acqua stessa e nel nostro organismo in nitriti, tossici, che ostacolano il trasporto di ossigeno alle cellule attraverso il sangue e particolarmente pericolosi per i neonati. Combinandosi con le proteine, inoltre, i nitriti possono formare le nitrosamine, ritenute cancerogene.

"Vi è poi una serie di composti la cui pericolosità si manifesta dopo anni dall'utilizzo delle acque, quando contenere gli effetti può risultare molto difficile", conclude Pagnotta. "Tra gli  inquinanti emergenti, prodotti farmaceutici, pesticidi di nuova generazione, polibromodifenileteri e perfluorurati, prodotti per l'igiene personale, in grado di produrre alterazioni del sistema endocrino, nanoparticelle di diversa composizione i cui effetti debbono essere approfonditi, elementi del gruppo del platino provenienti dalle marmitte catalitiche e metalli poco esplorati come antimonio, selenio e gallio, che richiedono approfondimenti di ricerca per valutarne diffusione ed eventuali effetti".

Occorre quindi sviluppare le conoscenze sui processi che presiedono alla circolazione e alle trasformazione degli inquinanti per sviluppare modelli di simulazione, delineare scenari futuri e pianificare interventi di recupero. È poi così facile bere un bicchiere d'acqua?

R.R.

Fonte: Romano Pagnotta, Istituto di ricerca sulle acque, Roma, tel. 06/90672770 -