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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 3 ago 2011
ISSN 2037-4801

Focus - Il meglio di... seconda parte  

Salute

Quando la metropoli diventa 'age-friendly'

Sono gli anziani che vivono a New York e a Istanbul i più soddisfatti dei servizi offerti dalla loro città E' quanto riferisce Stefania Maggi, ricercatrice dell'Istituto di neuroscienze (In) del Cnr, riportando esperienze e dati nazionali e internazionali sul tema dell'invecchiamento urbano, uno dei fenomeni rilevanti della società contemporanea, con il quale occorre confrontarsi per pianificare interventi adeguati.

"Nel 2006, l'Oms ha lanciato il programma delle Città a misura di anziano, 'Who - Global network of age-friendly cities'", sottolinea Maggi.  Una commissione composta dai rappresentanti di 33 centri urbani di 22 nazioni del mondo ha raccolto le testimonianze degli abitanti anziani. "I principali motivi di insoddisfazione e criticità emersi riguardavano la partecipazione sociale,  il rispetto e l'inclusione sociale, la comunicazione e l'informazione, il supporto da parte della comunità e i servizi sanitari, l'accesso ai trasporti pubblici, la presenza di panchine su cui sedersi negli spazi aperti".

"I centri urbani, da una parte, costituiscono per la popolazione anziana una forte attrattiva grazie ai servizi che offrono", spiega la ricercatrice dell'If-Cnr. "Dall'altra, sono fonte di problematiche socio-relazionali, residenziali, assistenziali e di regolazione sociale. Quando l'anziano passa dalla vita lavorativa attiva al pensionamento, spesso si trova a vivere una condizione di disagio, di solitudine, di difficoltà di movimento o di incontro".

La solitudine poi è destinata ad aumentare a causa dell'indebolimento della rete intergenerazionale fatta di sostegno, scambio e solidarietà. "Poiché il processo d'invecchiamento viene influenzato anche dall'ambiente nel quale la persona vive", aggiunge Marianna Noale, dell'In-Cnr, "è importante che la città sia in grado di offrire un ambiente accogliente, sicuro, dove trovare servizi adeguati e accessibili, e soprattutto 'a misura di relazione'. A nulla servirebbe una popolazione in età avanzata in grado di condurre una vita indipendente se l'atmosfera complessiva della città fosse caratterizzata da una logica di marginalizzazione e di sostanziale inutilità".

Negli ultimi anni, inoltre, la speranza di vita è destinata a crescere. "Nel 1980 era pari a 70,5 anni per i maschi e 77,2 per le femmine", continua Maggi. "Oggi è pari a 78,7 anni per i maschi e 84 per le femmine. Secondo le stime Istat, per l'anno 2010, la popolazione residente con età uguale o superiore a 65 anni supera i 12.000.000, quella con età uguale o maggiore a 80 anni è pari circa a 3.500.000 e gli ultranovantenni sono quasi 500.000". Inevitabili le ricadute sul sistema socio-sanitario per le malattie legate all'età, come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer o i tumori, le patologie polmonari croniche ostruttive, i problemi muscoloscheletrici e la disabilità.

"Tuttavia la vecchiaia non è di per sé una malattia, e l'antico detto 'senectus ipsa est morbus' non è più accettabile", conclude la ricercatrice. "Avere interessi e attività coinvolgenti o praticare con regolarità attività fisica previene il rallentamento delle funzioni cognitive e la demenza. Anche il ruolo della religione può essere un importante supporto psicologico nel lungo termine".

R. D.

Fonte: Stefania Maggi, Istituto di neuroscienze, Padova, tel. 049/8211746 , email stefania.maggi@in.cnr.it -