Vita Cnr

Europa pioniera nello studio del 'fegato grasso'

Immagine stilizzata sistema digestivo
di Francesca Gorini

L’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa è tra i partner italiani di 'Epos’, progetto internazionale dedicato allo studio della Steatosi epatica non-alcolica, malattia che colpisce un quarto della popolazione europea. È la più grande iniziativa di ricerca mai avviata nel settore, con l’obiettivo di sviluppare migliori test diagnostici e farmaci specifici

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Con un’incidenza stimata dal 20 al 25% sulla popolazione europea, la Steatosi epatica non-alcolica (Nafld), comunemente nota come 'fegato grasso’, rappresenta una delle più importanti problematiche legate alla salute pubblica in Europa. Il tema è al centro del progetto 'Epos’ (Elucidating Pathways of Steatohepatitis), finanziato dall’Ue con sei milioni di euro e volto alla comprensione dei fattori genetici e ambientali legati allo sviluppo della malattia e individuare possibili tecniche di trattamento.

Al progetto aderiscono nove istituzioni internazionali tra cui l’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr di Pisa: sarà il più grande studio mai eseguito nel suo genere, e collegherà ricerche da tutta Europa riguardanti le malattie del fegato. “La steatosi epatica non-alcolica è causata da un accumulo di grasso nelle cellule del fegato. Solitamente si sviluppa nelle persone obese o in sovrappeso di età superiore ai 40 anni, ma anche i più giovani e perfino i bambini ne possono soffrire", spiega Amalia Gastaldelli, direttore del Laboratorio del rischio cardiometabolico dell'Ifc-Cnr e presidente del gruppo di studio Nafld-Easd. "Una sfida fondamentale consiste, quindi, nell’individuare i soggetti che saranno più probabilmente colpiti, e quelli in cui la malattia potrà più facilmente degenerare in cirrosi epatica o cancro, in modo che l'assistenza sanitaria possa essere focalizzata sui pazienti maggiormente a rischio”.

La malattia può rivelarsi letale in quanto associata a un aumentato rischio di cirrosi epatica, cancro del fegato, infarto e ictus. Allo stato attuale non esistono cure e l’unico rimedio è cambiare stile di vita, aumentando l’esercizio fisico e seguendo una dieta adeguata.

“Da questo studio ci aspettiamo  di migliorare la comprensione dei processi che riguardano la malattia, di sviluppare nuovi test diagnostici e di identificare farmaci specifici”, prosegue Gastaldelli. “Saranno coinvolti pazienti da tutta Europa, fornendo campioni che permetteranno di sviluppare, per la prima volta in maniera dettagliata, un modello biologico della malattia e di valutare le possibili differenze genetiche ed epigenetiche, le alterazioni nell'espressione genica del fegato, e i cambiamenti nel metabolismo, nonché la flora batterica intestinale. L'uso delle nuove tecniche omiche, inoltre, ci permetterà di definire strumenti di diagnosi precoci e non invasivi”.

L’Italia è presente nel progetto anche con le Università di Torino e di Firenze: una rappresentanza che evidenzia gli importanti risultati ottenuti dalla ricerca nazionale in questo campo con l'individuazione dei diversi meccanismi che portano alla malattia. “Nle nostro Paese il numero di pazienti affetti è superiore alle attese e la malattia si sta sostituendo all'epatite C come una delle principali patologie del fegato”, afferma Elisabetta Bugianesi, docente di gastroenterologia dell’Università di Torino e responsabile  dell’ambulatorio per la Nafld. “Gli esperti stimano che, nell'arco di un decennio, la Nafld sarà la causa più comune di trapianto di fegato in molti paesi, superando malattie epatiche alcol-correlate e causate da epatite virale”. 

Fonte: Amalia Gastaldelli, Istituto di fisiologia clinica, Pisa , email amalia@ifc.cnr.it